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Il senso del lavoro nella vita delle persone – intervista per Toscana Economy

da | Lug 22, 2022 | Attualità, Riflessioni critiche

«Toscana Economy» è una rivista attenta alle nuove tendenze e si è mostrata (coraggiosamente) interessata ad approfondire e far conoscere il pensiero e le attività di WiLL©. L'articolo-intervista si intitola Il senso del lavoro nella vita delle persone: penso che nessuno sia esente dal porsi in prima persona, più o meno esplicitamente, una domanda sul senso come questa.

‘Due parole’ per introdurre all’argomento dell’articolo….

Ho insegnato per diversi anni alla Facoltà di Economia dell’Università di Bologna, e la prima cosa che dicevo all’anfiteatro di circa 120 studenti alla prima lezione era più o meno questo: «In questa aula l’autorità è morta e le lezioni a cui prenderete parte partono da un concetto fondamentale, state attenti, perché questa è una Facoltà di Economia: l’impostazione alla base di questo corso è anti-economica. Dovete saperlo prima».
Un mio maestro, quando mi volle nell’azienda in cui era General Manager, mi disse subito, mettendomi una mano sulla spalla: «Io scelgo sempre persone che possano sostituirmi». Quando lui andò via, io restai (ancora per un po’).
Nella mia attività consulenziale, il mio lavorìo (mai lavoro, mai lavoro!) è, semplicemente, scomparire: fare in modo che le persone non abbiano più bisogno di me. Farle crescere, fino a renderle più capaci di sapersi osservare con nuovi occhi, fino a sostenersi da sole. È tutto un piantare semi, che poi in qualche modo, prima o poi, attecchiranno. E farlo sempre contro le resistenze. Perché è (quasi) tutto un porre resistenze, la vita umana. Ma certe cose non si dimenticano. E arriva sempre il loro momento.
Non è questione d’esser in controtendenza perché fa fashion. È questione di comprendere che la tendenza non è solo sbagliata: è tossica e va cambiata.
Questa società, per molte ragioni che qui non si posson dire, ha lavorato a detrimento dello sviluppo dell’identità delle persone. La mancanza di identità si manifesta attraverso un rafforzamento delle attività ripiegate sul riconoscimento. Chi non ha una solida struttura caratteriale ha bisogno di piacere e per piacere fa cose che piacciono: fa le cose che gli altri si aspettano. Si impalca. Si barrica. Si addobba, facendo in modo che gli addobbi nascondano le debolezze e rafforzino i successi dati dall’aver soddisfatto le attese.
E invece è tutto il contrario. Conoscersi è un’attività di scavo. Bisogna togliere, non mettere. E ogni relazione pura è una relazione in cui si tolgono i veli. Ogni rapporto vero è un’uscita dallo Status, se no è farlocco. E quell’uomo o quella donna che sa fare il suo lavoro, lavora in chiaro: tutti conoscono i suoi fini (e tutti sanno quanto la sua bravura sia cosa peculiare, non riproducibile). Togliere, quindi, non mettere. Scoprire, non coprire. Ma per restar scoperti in questo mare di posticci e bardati ci vuole una struttura solida dell’identità.
Il mondo del lavoro (quasi integralmente) è una solenne ‘copertura’, a cui si dà il valore di necessità perché è ritenuto fondamentale per mantenersi in vita, per poterci innestare lo Status. Ma anche questo è un concetto malriposto e falso.
Ogni azione porta in sé l’intenzione di chi l’ha fatta, porta in sé il senso o il nonsenso di chi l’ha realizzata. E quindi ogni oggetto prodotto o ogni servizio, alla fine, parla sempre della propria origine. E presenta il conto…

IL TRAUMA DEL RITORNO IN SÈ

Nel seno di un discorso un poco più complesso, mi son permesso di fare questa digressione, spronato dalla rilevanza della cronaca (nera e rosa) e dal proliferare dell’argomento più (ec)citato che discusso seriamente.

Il tema è la relazione Soggetto/Oggetto nella dimensione più alta e profonda che ci sia: quella d’amore.

Che diavolo accade tra amante e amato? Ecco: la prospettiva è, come al mio solito, un poco fuori dal comune, e il taglio interdisciplinare.

È più che ovvio che la relazione Soggetto/Oggetto connessa nel LAVORO (per esempio nella perdita del lavoro) si muove in condizione di sudditanza rispetto al più alto argomento, ed ha tutto di che imparare (e d’altronde i termini che usa il lavoro… passione, amore, empatia, fedeltà, perdita, realizzazione, autodeterminazione… da dove sono desunti?).

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L’efficienza stupida

Contributo pubblicato su Scenari, 16/12/21 (Mimesis edizioni). Queste due immagini suggestive e ironiche, tema comune il caffè, hanno innescato una riflessione: se CAFFEINA = EFFICIENZA ➡ CAFFEINA = LAVORO, è magari il caso di fare un po’ il punto sull’equazione LAVORO = EFFICIENZA?
Il probabile esito è trovarsi a riflettere su quanto quel “do stupid things faster with more energy” sia azzeccato….

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