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Il Cambiamento: la più grande e vitale contraddizione della Storia

da | Nov 4, 2019 | Riflessioni critiche

Condivido con piacere la prolusione iniziale di una lezione sul tema del cambiamento, che ho tenuto ai miei studenti di Economia dell’Università di Bologna mercoledì 1 marzo 2017

Perché oggi affrontiamo il tema del cambiamento? Per due motivi
sostanziali. Il primo è dato dal contesto: viviamo tempi di profonde
rivoluzioni tecnologiche ed economiche[1]
che imprimono nella realtà mutamenti quasi esponenziali, e comprendere i
macro-temi in gioco dà quell’orientamento necessario per poterci muovere in
questo contesto. Il secondo motivo è dato dalla intrinseca natura umana: sotto
ogni aspetto (evoluzione, biologia, ciclo vitale, cultura, identità, idee,
rappresentazioni…) parliamo di processi, e i processi si compiono nel
cambiamento che è sempre difficile da gestire[2].
Il lavoro, il nostro tema, è una linea di intersezione tra questi due poli
(contesto e individuo) e, come possiamo agilmente capire, delinea una sua area
di appannaggio integrata alla nostra vita. Un’area che è la nostra vita[3].

Il cambiamento è sicuramente il discorso più onnicomprensivo che esista al
mondo oltre che il più storicamente difficile da affrontare, semplicemente
perché tutto può essere inscritto in questa categoria dinamica. Gli uomini, da
una parte, hanno sempre cercato di conservare il sapere su cui le loro società
si sono costituite, dall’altra hanno anche cercato di evolverlo, di
svilupparlo. In questi due moti opposti e complementari, uno che trattiene e
uno che sviluppa, il passo in avanti, il passaggio al nuovo è quasi sempre
avvenuto per merito di pochi pionieri, con profonde lacerazioni e molto
lentamente.

La chimica di Lavoisier, decapitato durante Rivoluzione Francese (1794),
aveva dimostrato con il celebre «niente si crea, niente si distrugge, tutto si
trasforma»[4]
che il processo del cambiamento è insito nelle cose. Giordano Bruno, quello del
Campo de’ Fiori di Roma, era stato messo al rogo (1600) circa 200 anni prima della morte di
Lavoisier perché contrario al principio religioso e dogmatico che nulla si corrompe; egli pensava già (erano gli anni ‘80
del 1500) che gli atomi che costituiscono le cose trasmigrassero, facessero
cioè «translatione da questo luogo a quell’altro»[5].
Copernico, che rivoluzionò il sistema tolemaico con la nuova teoria
eliocentrica (sostenuta da poi Giordano Bruno), ebbe paura fino all’ultimo
istante (morì nel 1543) delle possibili reazioni alla sua scoperta ‘eterodossa’
e, addirittura, la sua opera De Revolutionibus Orbium
Caelestium
 (1543), fu pubblicata con una premessa di un autore
anonimo che relativizzava il contenuto stesso della pubblicazione. E lo stesso
Galileo nel 1633, alla veneranda età di 69 anni, per mantenersi in vita dovette
abiurare, nascondendo nicodemisticamente la convinzione che la terra,
copernicanamente, «pur si muove[sse]».

Diciamo che il cambiamento più difficile è allora quello culturale, non
quello scientifico, non quello della conoscenza. È il nostro sistema di valori
che, per la sua stessa natura conservativa, è un antagonista del
cambiamento.

La storia del progresso scientifico – cioè del cambiamento radicale dei
pilastri della nostra conoscenza – ha sostanzialmente avuto due velocità. Una
lenta, che inizia dal tempo profondo, più o meno dall’evoluzione dell’uomo
(200.000 anni fa), e arriva alla Prima Rivoluzione Industriale (1750 circa).
Una veloce, che si sviluppa dalla Seconda Rivoluzione Industriale fino ai
giorni nostri, con un indice di esponenzialità che man mano aumenta
vertiginosamente. Nel primo periodo il passaggio da una scoperta all’altra si
intervalla con lunghe gestazioni, con lenti assestamenti tesi ad mettere in
relazione le nuove scoperte coi precedenti sistemi ideologici e organizzativi[6].
Ma da un certo momento in poi, i presupposti teorici e i centri di sviluppo
tecnologici diventano tali e tanti che il progresso scientifico si fa veloce e
inarrestabile. Si pensi, solo per fare un esempio, che dal 1953 ad oggi, in
poco più di 60 anni, siamo passati dalla scoperta del DNA alla missione spaziale sulla Luna, e dalle
neuroscienze[7]
alla mappatura dell’universo: nascita, espansione, e ricerca di altra vita[8]
compresi.

Come reagisce l’uomo di fronte a questa evoluzione così vorticosa? La
risposta è semplice e si comprende anche con litote: non reagisce bene. Anche i
ventenni possono toccare con mano il divario generazionale quasi
incommensurabile che li separa dai nonni, ma anche, se non si fanno bloccare da
troppo amor proprio, potrebbero notare il gap esistente rispetto ad un bambino
che ha la metà dei loro anni: c’è ancora più differenza che tra gli odierni
ventenni ed i loro genitori!

Essere di una generazione o di un’altra vuol dire tanto: vuol dire che si
vede il mondo da una prospettiva diversa che non è necessariamente quella
ultima, quella moderna. I Baby Boomers (nati tra il 1950 e il 1960),
la Generazione X (nati tra il 1965 e 1980), la Generazione Y o Millennials (nati tra il 1980 e il
2004), la Generazione Z (nati dopo il
2005), poi ancora sotto-categorie, come i digital natives e
i digital immigrants[9]
cosa c’è alla base di queste classificazioni? Semplicemente che il tempo passa
per tutti e che i cambiamenti che si introducono per via dello sviluppo
(principalmente) tecnologico ed economico modificano il modo di vivere delle
persone, ed arrivano a mutarne valori e credenze. Ma se da una parte siamo
tutti disponibili a cambiare in meglio il nostro tenore di vita fruendo degli
agi della tecnologia (oggi tutti abbiamo in casa il frigorifero, ma negli anni
del dopoguerra pochissime famiglie se lo potevano permettere), non allo stesso
modo siamo disponibili a cambiare le nostre idee con le nuove. Le nuove idee non
le sentiamo più come nostre.

Se facessimo un’analisi di quello che per noi è il mondo del lavoro, se
dovessimo mettere nero su bianco quello che pensiamo realmente, ci renderemmo
conto che i nostri giudizi non sono esattamente il prodotto delle nostre idee,
ma opinioni fortemente influenzate dal contesto in cui viviamo,
dall’educazione, dalle esperienze, dalle nostre paure (quindi dal nostro
carattere) e, certamente, dai nostri preconcetti (i cosiddetti bias). Per farsi un’opinione sulle cose non è solo necessario
l’accesso alle informazioni di prima mano, ma soprattutto la nostra
disponibilità ad accoglierne la verità sottesa. È questa disponibilità lo
scoglio più grande: noi, culturalmente, siamo più conservativi che accoglienti.
Perché?

Tutti i saperi tendono naturalmente, nonostante gli attacchi del tempo che
incede, alla conservazione: fa parte dell’istinto di sopravvivenza che è
profondamente radicato in noi. È la nostra storia evolutiva a comandarcelo. Ma
attenzione perché il campo è minato: la storia evolutiva non parla un
linguaggio univoco: un conto è l’individuo, un conto è la specie.
Evolutivamente parlando, la nascita di Homo Sapiens è stata possibile solo
perché, appunto, l’individuo si è evoluto, cioè ha risposto positivamente e
interattivamente ai cambiamenti dell’ambiante. La specie ha praticamente
introdotto volta a volta nell’individuo modificazioni impercettibili che pian
piano lo hanno cambiato radicalmente. Quindi: se da una parte l’uomo
(l’individuo) tenta di difendere i suoi possessi perché pensa, così facendo, di
poter sopravvivere meglio, dall’altra la specie introduce quegli sviluppi che
cambiano l’individuo stesso. Potremmo definirla una contraddizione
vitale: la più grande contraddizione vitale della storia. Voi
ventenni (come noi…) la conoscete bene: quante volte avete ripreso i vostri
genitori per un comportamento che non si usa più o
perché li avete trovati refrattari verso una certa novità? Ecco, anche nel
nostro piccolo, possiamo capire che noi stessi siamo fatti della stessa duplice
materia, da una parte resistere, da un’altra cambiare. È però nella gestione del «quando» (quando resistere o quando
cambiare) che l’uomo diventa adulto ed entra nel mondo della complessità.

Veniamo dunque a noi.

La religione del cambiamento coscrive sempre più profeti (manager,
formatori, docenti…) che spronano gli altri a cambiare per trarne un’utilità.
L’aspetto più problematico è che bisognerebbe capire quale sia il fine di
quelli che ci spronano al cambiamento e quale sia l’oggetto del cambiamento
invocato (cioè in cosa bisogna cambiare). Per giocare a carte scoperte, vi dirò
esplicitamente il mio. Il mio fine ultimo non è che voi diventiate
necessariamente qualcosa o qualcuno. Il mio fine ultimo è solamente che capiate
il cambiamento quando agisce in voi, che sappiate riconoscere quando state
resistendo automaticamente a qualcosa che
si presenta come nuova, che bussa alla porta per entrare. Ed anche, che quando
decidete di cambiare qualcosa, la vostra sia una decisione consapevole, che
abbiate chiaro su cosa state agendo e siate coscienti che vi state assumendo un
rischio. Perché c’è un aspetto caratteristico e ricorrente in ogni cambiamento:
il rischio (per questo provoca stress e la resistenza allo stress è
competenza onnipresente nelle job description). In
una parola, il mio fine è la vostra consapevolezza.

Nell’ambiente lavorativo la gestione dello stress correlato al cambiamento
è un argomento cruciale. Vediamo il motivo più rilevante e macroscopico della
resistenza a cambiare.

Il cambiamento sostanzialmente destabilizza perché toglie l’individuo da
una sicurezza (ideologica, culturale o pratica) e lo proietta in una condizione
di incertezza. “Prima ero sicuro che mi sarei salvato se avessi fatto le cose
che sapevo, ma ora non sono più sicuro”: questo è il discorso di massima, a cui
convergono sia psicologia sia antropologia[10],
e sta alla base della paura di cambiare. Quindi, la paura che blocca e che si
mette di traverso è la paura di non farcela, è il senso di debolezza intrinseco
all’uomo. Come fronteggiarlo? Oggi i profeti dell’automatismo vendono molte
tecniche, e siccome la domanda è numerosa vendono bene. Però le tecniche
funzionano poco: i contesti non sono mai gli stessi e l’automatismo non
funziona. È una duplice questione: conoscere gli elementi tecnici del problema
e le relazioni con gli altri elementi del contesto è solo un pre-requisito:
l’attività «core» sta tutta nella situazione, che necessita di una decisione
autonoma e, spesso, creativa. È, questo, un concetto importante. Da una parte
le competenze necessarie si irradiano in diversi campi, quindi non solo nel particolare
campo specifico (e il gap si colma
con lo studio e con l’esperienza). Dall’altra parte c’è il rischio, non
completamente conoscibile anzitempo, che obbliga l’individuo a
destreggiarsi nella situazione, rimodulando volta
a volta le conoscenze (che dovranno essere il più
possibile sistemiche), tenendo conto delle
intuizioni, e adattando il tutto alla situazione che è in continuo cambiamento.

A questo punto si apre uno scenario nuovo, e sarebbe bene che il mercato
del lavoro ne tenesse conto: che peso hanno competenza tecnica e intelligenza
plastica? Chi punta solo sulla competenza tecnica si lega stretto
all’automatismo, e questo porta al fondo del nostro attuale mercato del lavoro.
Difficile risalirne senza liberare zavorra.


[1] Danilo Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei
problemi, 
Roma-Bari, Laterza, 2004. Jean Baudrillard, La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture,
Bologna, il Mulino, 2010, pp. 39-64 (cap. primo: La logica sociale del
consumo). Paul Hawken, The Ecology of Commerce, A Declaration of Sustainability, New
York, Harper, 2010.

[2] Daniel J. Levitin, The Organizad Mind. Thinking
Stright in the Age of Information Overload
, New York, Penguin, 2014.

[3] Richard Donkin, Il futuro del lavoro, Milano, Il Sole 24 Ore, 2011.

[4] Antoine-Laurent de Lavoisier, Trattato di chimica elementare,
1789.

[5] È la terza censura
delle otto che gli imposero chiedendogli, invano, di abiurare. Giordano Bruno
risponde rifacendosi al suo De la causa, principio et
uno 
(1584), in Oeuvres Complètes de Giordano
Bruno
, Le Belles Lettres, 1993, Vol. 3, p. 13; e cfr. Steffen
Shneider, Aistetics of the Spirits,
Gottingen, V&R Unipress, 2015, p. 131, nota 12. Bruno Riprende questi temi
in altri scritti, come nel De minimo (1591)
e nel De monade (1591).

[6] Per una
panoramica degli eventi macroscopici e una prospettiva ad ampio raggio degli
eventi umani preistorici e storici (con qualche tentativo di sintesi forse un
po’ troppo tranchant), vedi: Youval Noah
Harary, Da animali a Dèi. Breve storia dell’umanità, Milano,
Bompiani, 2014.

[7] Per una panoramica: Patricia S. Churchland, L’io come
cervello
, Milano, Cortina. Altri due testi fondamentali, con punti
di vista differenti: Daniel Kahaneman, Pensieri lenti e veloci,
Milano, Mondadori, 2012, e Gerd Gigerenzer, Imparare a rischiare,
Milano, Cortina, 2015.

[8] Grazie all’invenzione di una nuova generazione di telescopi di larga
portata, come il James Webb Space Telescope (JWST), successore del Hubble Space
Telescope (HST). Sul big bang e sull’evoluzione dell’universo: S.W. Hawking, La grande storia del tempo, Milano, BUR, 2015, p. 79 e
ss.; C. Rovelli, La realtà non è come appare,
Milano, Cortina, 2014, p. 175-181; E. Harrison, Cosmology:
the science of the universe
, Cambridge, Cambridge University Press,
2013; A. Loeb, S.R. Furlanetto, The first galaxies in the universe, Princeton,
Princeton University Press, 2013; M. Tegmark, L’universo matematico. La
ricerca della natura ultima della realtà
, Torino, Bollati Boringhieri, 2014,
pp.112-39; J. Baker, 50 grandi idee Universo, Bari,
Dedalo, 2011, pp. 56-9, 64-67, 76-9; M. Hack, L’universo nel terzo
millennio,
BUR2010, p. 265-310; An expanded view of the
universe.
Science with the European Large Telescope, Mariya Lyubenova and Markus Kissler-Patig, München 2009 European Southern
Observatory; S. Dodelson, Modern Cosmology, San
Diego, Academic Press, 2003, p. 9-20; J.R. Primack, Dark matter and structure formation in A. Dekel,
J.P. Ostriker, Formation of structure in the universe,
Cambridge, Cambridge University Press, 1999, pp. 3-75; J. Silk, The big Bang. The creation and evolution of the universe,
San Francisco, W.H. Freedman and Company, 1980. In ultimo si può citare il programma S.E.T.I. (Search
for Extra-Terrestrial Intelligence) che dal 1974 a tutt’oggi, con base a
Mountain View in California, si occupa – ancora senza risultati – di inviare e
ricevere segnali per o da extra-terrestri.

[9] Mark Prensky, Teaching digital natives:
partering for a real learning
, Corwin, Thousand Oaks, 2010. Sostanzialmente, i digital natives sono i
nati dopo l’introduzione del personal computer (1985) e dei sistemi windows a più finestre (1993).

[10] Per un approfondimento
sul tema: Alfred Adler, Il senso della vita,
Roma, Newton & Compton, 2012, p. 64 e ss. (cap. 6: Il complesso di
inferiorità). Si veda poi Gehlen che, nonostante il suo conservatorismo e
l’approccio empirico, sottoscrive sostanzialmente quanto precedentemente detto
da Adler, mutuandolo sulla teoria della compensazione di Herder: cfr. Arnold
Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano,
Feltrinelli, 1983 (il concetto è trattato più volte nel testo). La posizione di
Gehlen è complessa nelle relazioni della gestazione ma autonoma negli effetti:
da una parte non considera probante l’investigazione della psicologia (perché
il ricorso agli archetipi non è empirico: A. Ghelen, L’uomo delle origini e la tarda cultura, Milano,
Mimesis, 2016, p. 23) ma, come si è detto, le due tesi possono coincidere;
dall’altra si rifà a Herder per la teoria della compensazione (Johann Gottfried
Herder, Idee per la filosofia della storia dellumanità, Bologna, Zanichelli, 1971) non
sottoscrivendone però il fondamento più rilevante: l’impianto teleologico
divino.

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