working the life - lab

Bacheca

OUT OF THE BOX

da | Mar 24, 2020 | Riflessioni critiche

Questo saggio di Cesare Grisi analizza la 'proposta' di Branko Milanovic sul problema della migrazione e, partendo dalla 'stroncatura' che ne ha fatto Claudio Magris sul "Corriere della Sera", allarga la trattazione fino ad evidenziare l'infondatezza della tesi dell'economista. Infine, interconnette gli argomenti della disuguaglianza alla contingente attualità dell'emergenza mondiale data dal coronavirus.

OUT OF THE BOX

Immigrazione e disuguaglianze ai tempi del Coronavirus: the winner who takes allFino alla restaurazione

Marzo 2019 – marzo 2020

Cesare Grisi

Abstract

After one year from the first draft, the author, due to the present global dangerous situation, comes back to this essay to underline the links between the humanitarian crisis of the present and the political problem of the recent past. The main topic, “Migrants and Inequality” so present in the public debate, is analyzed confronting the thesis of the leading scholar of the matter with a wide range of other perspectives, also out of the economic field. The casus belli is a Claudio Magris’s article published on March 10, 2019 in «Corriere della Sera», where the Italian man of letters openly criticizes the statements of Branko Milanovic. Before arriving to the point, this essay explains the fundamental and universal bases needed to deal with the topic. And after the debunking of Milanovic’s core thesis (different levels of citizenship for migrants) by the method of intertextual criticism, finally this essay proposes the position of Claudio Magris as a precious contribute that multidisciplinary approach can give to the solutions of social problems like this, so transversal and complex. At the end, the article connects the topic of inequality with the present coronavirus emergency.

Key-words: Migrants, Inequality, Multidisciplinary Approach, Ethics, Claudio Magris, Branko Milanovic, Martin Gilens, Coronavirus.

Premessa

Ho scritto questo saggio esattamente un anno fa, nel marzo 2019, al culmine del dibattito sul fenomeno della migrazione dei popoli, a seguito dell’irrompere nella discussione pubblica, alimentata strumentalmente dalla politica per scopi politici, di un libro di Branko Milanovic, autore che aveva fatto del tema della disuguaglianza l’oggetto fondamentale della sua ricerca, imponendosi come autorità in questo campo e proponendo, tra l’altro, soluzioni per il problema migratorio.

Chiaramente, la politica, da ogni versante, perlomeno nel panorama italiano, non ha prestato attenzione a questo libro, anche se si mostrava in un certo senso favorevole alle posizioni della fazione più agguerrita, quella sovranista, che avrebbe potuto finalmente rifarsi ad una fonte autorevole. Sarebbe stato ovviamente troppo complesso studiare e spiegare (al popolo) quell’analisi così strutturata per trovarvi un sostegno scientifico, con corredo di dati e conclusioni, ancorché condivisibili, anziché usare le canoniche leve limbiche della persuasione: costruire il nemico, fomentare la paura, semplificare la complessità, diffondere slogan immediatamente assumibili…

Il libro è stato invece accolto, come di consueto, dalla ristretta cerchia dei teorici, degli studiosi. Entrerò nel merito su questi nello svolgimento del saggio che seguirà, ma vorrei anticipare che mi spinse a scrivere questo contributo una voce fuori dal coro degli osanna e fuori dalla territorialità socio-economico-politica, si trattava di un breve articolo a firma di un grande scrittore (Magris) comparso nella pagina culturale di un quotidiano (quindi fuori dalla giurisdizione della letteratura scientifica) che analizzerò e citerò in seguito. Ne fui entusiasta, e mi decisi ad allargare il discorso in modo da inserire l’asserto principale in un contesto ampio e multidisciplinare, idoneo ad osservarlo da più prospettive, approfondendo e allargando lo scenario affinché si capisse veramente il fondo originale che la critica sferzante dell’articolo, nella sua concisa, diretta, netta, affilata, esplicita chiarezza, purtuttavia, non poteva dare. Chiaramente, sono il responsabile di quanto qui argomento, e nessun altro legame se non quello del mio arbitrio (e della mia stima) lega Magris a me.

Ora, a distanza di un anno, nell’opinione pubblica, l’articolo di Magris è caduto come morto. Ma sono cadute morte anche le invettive contro il fenomeno immigratorio, a causa di sommovimenti politici e, soprattutto, a causa di un problema di ordine pubblico vero, di grado nettamente superiore: la pandemia del coronavirus.

 Per questo mi accingo a pubblicare questo articolo rivedendolo dopo un anno dalla sua redazione, nella cornice di una piccola ricalibratura prospettica che mostra la tenuta nel tempo di ciò che si pensava ormai trascorso.

Cosa significa Out of the box

La storia dell’umanità, prima di adagiarsi così com’è nelle nostre mani, ha avuto tanti snodi cruciali: il bipedismo conseguente all’abbandono della vita arboricola, il diventare carnivori da vegetariani, il processo di emigrazione (diffusione, tecnicamente) che ha portato il genere Homo out of Africa… Ognuna di queste (e molte altre) scelte ha innescato una serie di nuove evoluzioni: ad esempio il bipedismo ha liberato l’uso degli arti superiori e favorito lo sviluppo del pollice opponibile, il mangiar carne ha apportato le proteine che stanno alla base del fenomeno noto come encefalizzazione, grazie al quale il nostro cervello passa pian piano da 400 grammi ai circa 1.400 attuali[1].

Ma l’origine dell’uomo come noi la intendiamo, con in dotazione quel particolare carattere distintivo che ci riconosciamo tutti all’unanimità, è iniziata con la nascita del pensiero riflessivo: da quando l’uomo ha iniziato a pensare se stesso. Pensare se stesso è attività cosciente, e significa decidere[2] di estraniarsi dal contesto, proiettarsi al di sopra della natura e guardarsi, se vogliamo, con un occhio ulteriore. Gli animali, che possiedono sovente una «cognizione del mondo» superiore a quella umana[3], sono per così dire imprigionati nella cognizione primaria: se gli animali sentono il freddo, l’uomo sente il suo sentire il freddo. Se l’animale avverte un pericolo, l’uomo pensa il suo avvertire un pericolo, si vede mentre lo avverte. Un albero vive la sua vita secondo il comando deterministico della sua natura (e si può, con la dovuta sensibilità, riuscire a sentirla «al di sotto della superficie acustica»[4]), ma l’uomo supera questo stadio e vede, sente il suo vivere. Questa nuova facoltà è stata resa possibile dallo sviluppo della corteccia prefrontale (prefrontal cortex) situata nella parte anteriore del cervello che, coi suoi 100 miliardi di neuroni innesca 1 milione di miliardi di sinapsi[5]: un risultato interessante, se lo si mette a confronto con il resto del corpo umano, che ha solo 10.000 miliardi di cellule (un centesimo di queste appartengono al sistema nervoso, che da solo consuma il 20% delle energie). Le cifre del nostro cervello, in gran parte ancora sconosciute, possono essere messe a paragone, e solo numericamente, non certo in termini di complessità, con il mondo di sopra verso il quale lo sguardo interrogativo dell’uomo s’è sempre alzato: la vastità del cielo, i 500 miliardi di galassie, i 300 miliardi di stelle che ci sono solo nella nostra galassia, i pianeti che ruotano intorno a tutte le stelle di tutte le galassie[6], gli altri universi probabili…

L’atto costitutivo della nostra stessa natura è dunque un atto di uscita dalla natura stessa. Uscita che deve essere tradotta, evidentemente, con ricerca della verità, su se stessi e sul mondo circostanteÈ stato possibile diventare quel che siamo per un atto di uscita da noi stessi: la conoscenza è un viaggio fuori dalla nostra scatola. Vorrei citare senza troppa strategia alcuni esempi salienti di questo elementare quanto negletto principio perché, come nel prelevo del sangue ogni goccia analizzata restituisce medesimi valori, così, saggiando il concetto da varie prospettive disciplinari, il risultato rimarrà invariato. E vorrei mettere a confronto, così naturalmente, le analogie che emergeranno dal copioso novero delle possibilità.

Nel campo della filosofia della scienza, Popper delineava tre gradi di uscita, I Tre mondi[7]: il mondo dei corpi fisici, il mondo delle «esperienze coscienti» e il mondo dei prodotti della mente. In altri termini, egli evidenziava l’esistenza di una gradualità della complessità parametrata alla distanza dello sguardo dall’oggetto che osserva, a maggior ragione e in modo più cogente se l’oggetto osserva se stesso. Per Popper v’è dunque la sensazione data dal mondo fisico, il pensiero umano sulla sensazione, in ultimo la teoria, il pensiero del pensiero. Ogni volta che la prospettiva cambia allontanandosi dal punto di vista consueto si crea una rivoluzione, e l’oggetto osservato scarrella dal meno al più trascorrendo dallo stato monistico a quello dualistico, infine al pluralistico.

Si tratta di un processo di scissioni creatrici, che ha una certa analogia con quanto avviene alla cellula uovo fecondata. Carmelo Bene applicò questa scissione con un doppio distanziamento generativo in campo artistico: separando il soggetto (attore) dall’oggetto del suo teatro (testo), e tramutando il testo, mai più replicabile dopo la prima creazione, in copione di scena. Attraverso la dis-individualizzazione del corpo[8], rendendo il corpo macchina attoriale, Carmelo Bene stacca l’attore dal suo legame contingente e temporale (come l’avrebbe chiamato Cioran), cioè dal primo elementare livello della re-citazione del testo, e lo proietta in una dimensione altra, «che può intendere solo chi sia stato chissà dove visitato da questo altrove»[9]. Ma questa apparente alienazione dell’attore (che diventa macchina attoriale) e del testo (che diventa copione di scena) tesa alla visione di un altrove, altro non è se non un ancoraggio ad un ulteriore secondo livello di complessità, è un vero viaggio verso i luoghi vergini della conoscenza. La parole [10] saussuriana che l’individuo pensa esser espressione del suo sé, altro non è che una rifrazione di un qualcosa che è già dato ab origine, nell’universale (quindi non individuale). In pratica, ciò che l’individuo dice è già presente nel linguaggio. L’uomo non parla: è parlato dall’altrove (dal linguaggio). 

Ma lo stesso altrove che in Saussure, anteriore rispetto agli approfondimenti delle neuroscienze, sta fuori nel linguaggio, in Chomsky sta dento al corredo genetico umano, ed è una «componente genetica della facoltà del linguaggio»[11], e consta nell’infinita creatività che il linguaggio umano può operare sulla base genetica ereditata. Sostanzialmente, sia che si esca prima o dopo, i due linguisti, sul concetto di lingua come veicolo dell’ulteriore, la pensano allo stesso modo[12].

Se la conoscenza è dunque un atto di uscita dalla nostra scatola, il linguaggio è il mezzo attraverso cui è possibile questa uscita: uscita che implica l’abbandono del luogo di nascita e l’addentrarsi nella sequela dei vari livelli successivi di complessità (si spera, non come avvenne all’uomo di campagna che si presentò di fronte alla porta della legge di Kafka).

Tale concetto è dirimente. L’arte, che si avvale di molteplici linguaggi per accedere alla comprensione della vita e delle sue possibilità ulteriori, dice Landolfi, non può attingere direttamente dalla vita (intesa come primo livello), deve accontentarsi del suo prodotto di secondo livello: il pensiero della vita. Se l’arte avesse velleità scientifica e s’intestardisse ad approfondirsi con analisi ed indagini, ciò comprometterebbe il suo risultato artistico, incrinerebbe la sua forza visionaria: «avevo ragione io quando volgevo le spalle a un paesaggio toscano tra la gente che lo divorava con gli occhi e analizzava»[13] .

Popper, Bene, Saussure, Chomsky, Kafka, Landolfi ci portano d’un colpo all’intrinseco apparente paradosso: un oggetto può esser osservato solo da una posizione ulteriore, esterna. Non si può vivere dentro il vivere. Non si può far arte dentro l’arte. L’uomo è costretto dalla sua natura ad essere ulteriore: schopenhauerianamente, «dove l’oggetto comincia, finisce il soggetto»[14]. È questo il suo limite, o il suo genio. Anche Monod metteva in relazione i due piani della deterministica e intrinseca Necessità e l’ulteriore Caso[15]: non è molto distante dalle argomentazioni a distanza tra Chomsky e Saussure, tra Bene e Popper: la sua abiogenesi è ontogenesi nata dal nulla, dal caso, e le due cose stanno (separatamente) assieme.

Sloman e Fernback, in uno studio che incrocia le prospettive psicologica, linguistica e cognitiva, aggiungono un elemento ulteriore, di assoluta rilevanza: la vera conoscenza è come una sorta di matrioska, e non è data, nella scatola della visione, per quanto ulteriore, ad una sola persona. Si può notare come, per altre vie, ci si ricolleghi ancora a Saussure e Chomsky: «In qualità di individui possiamo apprendere e immaginare solo in modo limitato; per accedere ad ambiti più consistenti abbiamo bisogno di una comunità. Il modo più fondamentale di pensare è: farlo assieme»[16].

Assieme, quindi. Magari come i tre poteri costitutivi di uno Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario; che sono concepiti per essere ognuno fuori dalla sfera dell’appannaggio dei restanti. Assieme come Rousseau, che vuol star fuori dal possesso del suo amore perché questi rimanga tale e qual’è: «l’amavo troppo per poterla possedere»[17]; come se Jean-Jacques non volesse diventare Rousseau e s’ostinasse a mantenere la sua giovinezza nell’inconsapevolezza, rifiutandosi l’accesso alla complessità della maturità, ben consapevole che quella magica bolla sarebbe esplosa.

Perché il fatto è che c’è conflitto tra il Mondo 1 dei fenomeni e il Mondo 2 delle idee. Il conflitto è un prodotto divenuto peculiare dopo l’avvento della capacità razionale umana: è quello che ha spiegato Kahneman, ‘riformulando’ Popper su basi neuro-scientifiche in sistema 1 sistema 2: il primo sistema è appannaggio degli istinti (come negli animali); il secondo è regno della ragione, che abbisogna di più tempo perché è più complessa[18]. Kahneman: che non ha ricevuto il Nobel dalla sua scatola, quella della medicina, ma da una esterna, quella dell’economia.

Usare la razionalità per uscire dal rousseauiano «stato di natura» del sistema 1 richiede uno sforzo, lo sforzo vitale dell’uscire dalla scatola. Per quanto bella, la scatola ha ben mimetizzato nell’automatismo stimolo-risposta (oltre che nel piacere immediato, nell’assenza di fatica…) un pericolo letale, quello che la psicologia chiama theory of system justification: il ragionamento chiuso e circolare che conferma se stesso. Chi non esce da se stesso si convince che esiste solo ciò di cui vive, come se nella caverna di Platone non fosse mai stato proiettato dal fuoco uno spiraglio di luce che avesse creato le ombre e introdotto, come Leon Battista Alberti nella pittura dopo Giotto, la terza dimensione prospettica. E, in un sistema complesso come quello che viviamo, specie quando si affermano con sempre maggiore polarizzazione gruppi dominanti e gruppi dominati, la teoria della conferma dello status quo è paradossalmente avallata, e con maggior forza, proprio da chi dovrebbe opporsi: dalle classi più deboli[19].

Non è certo un problema ozioso, anche perché non sono stati fatti troppi passi avanti dopo Freud, che aveva scoperto, con l’inconscio, la parte nascosta della Specie che agisce velata dalle lunghe ombre dell’oblio, che gestisce e che, fin che resta sotto la superficie dell’evidenza, non può essere gestita. Non è certo un caso che ogni tipo di comunicazione, politica, economica o commerciale faccia leva sui lati inconsci e sui meccanismi più semplici e ancestrali, quelli appartenenti al sistema 1. Non sembrerebbe ma è una vera e propria guerra combattuta clausewitzianamente in altri modi: attraverso l’hackeraggio[20].

La contro-evoluzione etica

Che possibilità abbiamo di uscire dalla scatola? Che strumenti? Qual è la leva che ci solleverà dal Mondo 1? Esistono, in fondo, molte possibilità, strumenti e leve.

La difficoltà sta nel fatto che l’umanità dei Sapiens è giovane, ha solo 200.000 anni, di cui solo, all’incirca gli ultimi 40.000 di vero sviluppo: all’inizio lo sviluppo fu molto lento, se non del tutto assente, poi sempre più esponenziale. 200.000 anni è l’età dell’uomo. 4,6 miliardi di anni quella della Terra. Le prime forme di vita procariote risalgono a 3,5 milioni di anni fa. 13,6 miliardi di anni è l’età dell’Universo conosciuto, che si espande dopo il Big Bang[21]. Bisogna guardare le cose in prospettiva. Dalla prospettiva delle altre scatole appaiono rappresentazioni diverse. La difficoltà del passaggio dal sistema 1 istintivo al sistema 2 razionale è semplicemente data dal fatto che la parte limbica del nostro cervello, quella che sta più in basso, nella quale v’è la fucina delle emozioni (l’amigdala), è più consolidata (‘vecchia’), più rodata e funziona più velocemente. Gli stimoli indotti dall’esterno passano prima di lì; solo successivamente – seppure in una frazione di secondo – approdano alla superiore corteccia prefrontale per l’elaborazione razionale. Ad aggravare il quadro c’è il fatto che l’attività razionale implica una certa fatica (anche in termini di necessità di carburante, di glucosio) ed ha necessità di tempo. Quindi, non solo arriva dopo che tutti i muscoli del corpo, comandati delle forze primordiali, sono già pronti per l’azione, ma in questo stato di precarietà, quasi sul limitare di una sommossa, deve avere la forza di bloccare gli impulsi, prendersi il tempo, faticare e, in quel bilico di irresolutezza e di tumulto, elaborare una strategia[22].

Tale difficoltà è data dal lungo tempo trascorso dai nostri progenitori in quei 200.000 anni, nei quali le forze istintive e immediate erano la chiave della sopravvivenza. Anzi, prima ancora: il processo che porta ad Homo Sapiens risale a circa 2,5 milioni di anni fa (Lucy ha circa 3,2 milioni di anni)[23]: i 200.000 anni altro non sono che il tempo necessario per l’affinamento della potenzialità della nostra corteccia prefrontale consegnataci così equipaggiata dall’ontogenesi. Ragionare, quindi, significa tempo e forza per tenere a bada gli impulsi richiamati dalla nostra parte istintiva ed emotiva, a cui il nostro corpo è abituato a rispondere all’istante. Ragionare è una specie di lotta intestina che s’agita in uno scenario ben più grande, che sta fuori dalla scatola, tutto da decodificare. Ebbene: l’unica legge che ha sempre contato per tutto questo lunghissimo tempo è stata la legge di natura. Cosa significa legge di natura? La natura è sostanzialmente autofaga: mangia se stessa. Mangiare e non essere mangiati: ecco la legge del mondo che ci ospita, è questa la regola fondamentale della selezione naturale di cui parla Darwin. E la legge naturale è essenzialmente economica. Anzi: è la legge economica per eccellenza. La legge del tornaconto, dell’utile personale, contro tutto e tutti, che lega ogni cosa, animata e inanimata (anche le montagne sono vive, si spostano, fagocitano e sono fagocitate…).

E però, qualcosa di nuovo accadde, nel cosiddetto tempo profondo della nostra storia. Non c’è stata solo l’economia. Collateralmente al reperimento di manufatti e forme artistiche riflettenti un pensiero simbolico via via sempre più complesso, i ritrovamenti hanno rivelato aspetti della vita dei nostri progenitori che infrangevano vieppiù la regola aurea dell’economia: rituali legati alla sfera simbolica e trascendente, cure parentali, sepolture, e soprattutto persone con gravi menomazioni contratte in gioventù morte in età avanzata grazie all’accudimento ricevuto nonostante il loro handicap: qualcuno si era preso in carico la loro sopravvivenza. Ci sono ovviamente delle robuste teorie che mostrano come le cure parentali e la convivenza sociale non sia altro che una conseguenza della convenienza del vivere aggregato[24]: sostanzialmente si sostiene che la socialità è un’espressione della legge economica (biologica): Darwin stesso ha dato il via a questo tipo di interpretazioni[25]

Ma il fatto cruciale, mai sottolineato abbastanza nel dibattito, è la nascita del gesto non economico, gratuito, dato liberamente e deliberato per il solo semplice piacere di darlo, senza un ritorno economico estrinseco all’atto del gesto stesso. È stata, questa, la scoperta di un piacere assai più profondo e raffinato, che toccava corde nuove, che riconnetteva l’uomo in modo insolito all’universo intorno a lui e, soprattutto, gli cambiava il senso del vivere. Era qualcosa di molto diverso rispetto al piacere di soddisfare i bisogni più o meno primari, sempre nella scatola della regola elementare: era un piacere di secondo grado, proveniva da un’altra scatola. Era derivato da un gesto forse un poco casuale, forse non del tutto consapevole: immaginiamo per astrazione che la prima volta sia stata una carezza. Ecco ciò che ha dato inizio ad una nuova era, l’era della civiltà umana. Si potrebbero riscontrare molte analogie con quello che Freud dice essere la sublimazione rispetto all’impulso, ma la carezza è qualcosa di più raffinato e scardinante, razionale e irrazionale, fisico e metafisico. La carezza è stata un’agnizione.

Se la storia della tecnologia può esser riassunta con due immagini: una pietra di selce scalfita per esser affilata e una navicella spaziale; i confini della storia della civiltà umana iniziano dalla grotta di Chauvet (35.000 anni fa) e dai reperti che indicano sepolture e cure parentali di epoca neanderthaliana (un po’ più indietro nel tempo, visto che i Neandethal si sono estinti intorno ai 30.000 anni fa) e arrivano alla Dichiarazione universale dei diritti umani del (10 dicembre 1948), che nell’Articolo 1 recita: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti, essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». E la Dichiarazione, spinta dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale, non è altro che l’esigenza di una ratifica universale: la cerimonia del tè (Cha no yu) in Giappone o la Passione secondo Matteo di Bach in Germania avevano già espresso lo stesso concetto in altro linguaggio, in altre scatole, sottolineando l’evidenza di una nuova grammatica universale: l’etica.

La difficoltà della realizzazione dei principi espressi nella Dichiarazione sta tutta nel fatto che il passaggio dal sistema economico a quello etico non è facile, perché siamo nel bel mezzo del conflitto tra il sistema 1 e la sua rispettiva legge di natura, e il sistema 2 e la sua rispettiva legge che potremmo mutuare su Aristotele: cosa è bene per l’uomo? È ciò verso cui egli tende: la felicità. Cosa allora lo rende felice? È qui che si innesca il conflitto: la natura umana è composita, nonostante sia nata in noi la consapevolezza di un bene superiore legato alla gratuità dei gesti e alla fratellanza, nonostante questo nuovo elemento ci abbia mostrato a cosa tendiamo e cosa ci appaga più di tutto: nonostante questo, la natura economica vive in noi, contemporaneamente, e dobbiamo darle, almeno in parte – come con lungimiranza e un po’ di cinismo aveva detto Russel[26] – ciò che le spetta. Non siamo ancora evoluti a tal punto da avere un controllo completo su di lei. Il cambiamento vive in noi, ma siamo ancora scissi in una schizofrenia della vita quotidiana, che si manifesta, per esempio, con la differenza di valore che diamo ai vicini (familiari, concittadini, ecc.) rispetto ai lontani (i migranti, nel caso in questione).

Nonostante le migliori intenzioni, lo stereotipo comportamentale, o se si vuole il copione di Eric Berne[27], lungamente ricompensato dal largo uso che se n’è fatto nel corso evolutivo (educativo), prende il comando sull’attore, lo costringe, spesso contro la sua volontà, a recitare la stessa parte nello stesso palcoscenico della stessa scatola, impedendogli di reagire, di strappare il cielo di carta della quinta di scena per accedere a nuove profondità sconosciute, accendere il primo dei propri lanternini, sperimentare l’ironia pirandelliana, lavorare alla propria auto-determinazione…

Il loop economico: Milanovic e la schizofrenia contemporanea

Solo ora possiamo entrare nel vivo della questione, che è territorio, visti i presupposti, della zona grigia, come diceva Primo Levi.

La zona grigia è un dominio a tratti caratterizzato da una caduta schizofrenica, a tratti da una strategia – sono due facce della stessa medaglia – nel quale economia ed etica convivono assieme senza che sia manifesto chi governi tra le due. Nella schizofrenia (involontaria, inconsapevole) governano entrambi, scambiandosi i ruoli, nella folle cieca illusione che le morali opposte combacino. Nella strategia (volontaria, consapevole) sta il divario tra comunicazione e fini nascosti: generalmente si professa pubblicamente un credo etico, e poi si lavora, nella dimensione opposta, per un fine economico. Ma partiamo dall’inizio, dalla contingenza.

È fuor di dubbio che sul vigente sistema mondiale la Dichiarazione dei diritti universali abbia il dovuto rilievo: sui libri di storia contemporanea. Il suo peso è tuttavia assai relativo nella quotidiana globale amministrazione delle faccende umane, che è più che strutturata su un ben radicato ed egemone impianto economico[28], che dirige e influenza quello politico[29], aristotelicamente deputato alla realizzazione dell’etica. L’ambito economico è territorio,ça va sans dir, di competizione[30]. La competizione implica e crea differenze, che nel nostro mondo si consolidano attraverso il termine ricchezza. È un loop auto-rinforzante, raffigurabile come un grafico circolare composto da tre elementi (competitività, accesso alle risorse, ricchezza) che si potenziano trascorrendo dall’uno all’altro in modo esponenziale, cambiando la natura delle cose che stanno attorno: per questo Marx, sempre e solo nella scatola economica, parlava di eterogenesi dei fini riferendosi al danaro: quando il danaro (la ricchezza) diventa il fine, non più il mezzo per soddisfare bisogni e desideri, ciò significa che gli altri valori (quelli aristotelici, quelli della Dichiarazione) son decaduti. La sperequazione della ricchezza è dunque il tema dei temi, nella nostra contemporaneità, anche perché rimette in discussione un po’ tutti gli argomenti caldi: la fratellanza tra singoli e popoli come base della civiltà, lo sfruttamento delle risorse[31], la speculazione delle nazioni più ricche su quelle più povere, l’espansione delle Corporation[32] finalizzata allo sfruttamento della mano d’opera a basso costo… A ciò si associano le instabilità politiche che in molte zone del globo, rendono la vita invivibile e danno origine – origine composita e multifattoriale che si spinge ben oltre i confini nazionali interessati – alle migrazioni. La migrazione dei popoli è un fenomeno, vale la pena ripetere, indissolubilmente legato al crescente aumento della diseguaglianza e alle condizioni (multifattoriali) di invivibilità dei territori da cui si migra.

Chi parla in modo esaustivo del fenomeno della disuguaglianza? Pochi. Tra questi Branko Milanovic, uno dei più autorevoli, se non il più autorevole. È un economista ed ha scritto libri importanti sul tema, come Worlds Apart, come Haves and Have Nots[33]. Se insomma uno dei grandi problemi della contemporaneità è dato dal reperimento della fonte autorevole, Milanovic, in tema di disuguaglianza, è un must. E per questo giustamente lo si legge, lo si confronta, lo si cita. Più raramente, in modo circostanziato, lo si critica.

Intervistato da Nicola Melloni su «Micromega», il 13 febbraio 2016[34], Milanovic dice delle cose realmente degne di nota, che spiegano l’origine del fenomeno della disuguaglianza, e del suo perpetuarsi:

«la teoria economica non studiava la diseguaglianza. Le ragioni sono molto chiare: in un modello di concorrenza perfetta, le diseguaglianze sono semplicemente il risultato delle diverse dotazioni iniziali che ogni agente ha quando è sul mercato. Da una parte, non si parla mai di come si formano i prezzi di capitale e lavoro perché sono prezzi di mercato, e quindi sono dati; dall’altra le dotazioni sono considerate esogene al modello, e quindi non sono parte dello studio micro-economico. Una variabile come il potere è completamente estranea ai modelli neo-classici. Il risultato è che la diseguaglianza deriva meccanicamente dalle impostazioni teoriche del modello – se hai poco capitale o un livello educativo basso è un peccato ma non è un fattore d’interesse e di studio».

L’analisi cristallina, semplice e spietata, non lascia scampo: all’economia non interessa ciò che esula dalla sua scatola: l’individuo, gli individui, il loro benessere, i rapporti di potere che creano le disuguaglianze. All’economia interessa solo ciò che sta dentro la sua scatola: il capitale, la concorrenza, i flussi… Per l’economia le ingiustizie sono «dati», quindi ci si fa i conti come fossero elementi immutabili e assiomatici, non può esservi la benché minima intenzione di lavorare su quei dati: non importa che siano conseguenze dell’agire umano, perciò passibili di correzione, di cambiamento. No. I dati sono fatti incontrovertibili. Parole che lasciano senza fiato. Ma niente in confronto a quelle che seguono perché, mettendo in fila le affermazioni, giungono alle deduzioni, alle conseguenze, ancor più limpide e nette:

«Ogni studio sulla diseguaglianza, ovviamente, mette in discussione le strutture portanti non solo dell’economia ma del mondo in cui viviamo […]. Come ho scritto nel mio libro Haves and Have-Nots, era molto, molto difficile ottenere un qualsiasi tipo di finanziamento per ricerche sulla diseguaglianza».

In questo passo si avverte il senso della responsabilità verso la materia oggetto dei suoi sforzi e del suo studio. Si avverte l’ingente portata, che esula dal contesto economico, del suo ruolo di studioso che lo guida ad un’analisi indipendente, svincolata, emancipata dai confini, anche ideologici, disciplinari[35].

E infatti il suo ultimo libro, Global Inequality. A new approach for the Age of Globalization[36] ha ricevuto grande consenso.

Nel suo bellissimo e fondamentale Le radici psicologiche della disuguaglianza, Chiara Volpato[37] fa una panoramica del problema, affrontandolo da una prospettiva psicologica-sociale, proponendosi finalmente di esaminare ciò che Milanovic diceva esser stato escluso dal canone economico. Un libro di grande valore scientifico e sociale. Ebbene, Chiara Volpato cita spesso Milanovic, introducendolo come «economista di fama mondiale»[38]e tributandogli un plauso orizzontale che piove come un ringraziamento sulla sua opera complessiva (ha avuto modo di ribadire il concetto, citandolo in modo encomiastico anche in una trasmissione televisiva). Eppure…

Si dice che il diavolo si insinui nei dettagli, ma in questo caso dettagli non sono mica. Tutti citano il citato di Milanovic, come ad esempio l’ormai famoso grafico con la forma di elefantino che delinea la diseguaglianza in USA e Inghilterra dal 1600 ad oggi, ma pochi si soffermano sul peso e sulle conseguenze generali di certe sue affermazioni. Anche nei fenomeni culturali risparmiare il tempo e massimizzare gli introiti è una legge del tutto economica, anche questo è un fatto.

Però, quando Milanovic parla del problema dell’emigrazione e di come gestirlo (pp. 139-145), il suo mondo si incrina. La visione estesa, ulteriore, che aveva avuto modo di esprimere poco tempo prima rientra ora nei ranghi: economici. Non esistono più altre prospettive oltre il «punto di vista economico», e la sua soluzione al problema dei migranti ha dell’incredibile. Talmente stride con quanto precedentemente affermato, che sembra proferita da un’altra persona:

«… si dovrebbe accettare […] un trattamento discriminatorio dei migranti nei paesi destinatari, e l’introduzione de jure di due o tre livelli di diritti di “cittadinanza”, almeno per un certo periodo»[39].

«Dal momento che i migranti sono, quasi per definizione, i maggiori beneficiari dell’emigrazione, ed è concepibile e persino probabile che a causa dell’emigrazione i redditi di alcune classi di individui potrebbero calare sia nei paesi di origine sia in quelli d’arrivo, ai migranti potrebbe esser richiesto di pagare più tasse»[40].

«Dal punto di vista economico sembra preferibile [poiché] possiamo essere abbastanza certi che i migranti considererebbero una leggera discriminazione o disparità di trattamento nei paesi destinatari preferibile al rimanere nel loro paese di origine […]: la loro stessa migrazione rivela la loro convinzione che l’emigrazione aumenterebbe il loro benessere»[41]

Addio alle analisi che dovevano cambiare le strutture portanti del mondo in cui viviamo!

Natura, sistema 1Mondo 1, economia: hanno infine prevalso, nonostante i tentativi di invertire il corso delle cose, nonostante i buoni propositi di far prevalere logiche più complesse, aderenti alla nuova scoperta contro-evolutiva.

Cosa accade tecnicamente in questi casi – qui mi stacco un attimo dalla contingenza e mi sposto su un piano meramente esemplare, metaforico e concettuale – lo si può rivedere nella preziosa scena di Schindler’s List, non il libro romanzato con alla base un lavoro ricostruttivo e documentale di Thomas Keanelly, ma il film, quando Schindler cerca d’insegnare il perdono al gerarca nazista. Alle prime il gerarca, un po’ incredulo, si lascia trascinare da un’estetica così diversa, non dico dal senso delle cose, e veste parole inconsuete, proferite col gesto del Cristo benedicente di Antonello da Messina: «io ti perdono!» dice di fronte allo specchio incredulo. Ma poi la natura prende il sopravvento, e l’hauptsturmfürer, il capitano, mira dal balcone col fucile il ragazzo che aveva appena perdonato per non esser stato capace di togliere l’alone dalla vasca da bagno, e gli spara. Questo, succede. Fine della digressione metaforica.

Al momento di tirar le somme e correggere le storture considerando gli elementi esclusi, piuttosto che lavorare sul sistema – cosa complessa, che sfugge dagli ambiti della singola competenza, dominio, autorevolezza – si slitta sullo scenario monistico più abbordabile, lo scenario dei dati, dei fatti diventati incontrovertibili. Fatti diventare incontrovertibili perché funzionali ad un’analisi che deve far tornare solo i dati posseduti. E le conclusioni tratte dagli studi sulla disuguaglianza? E il valore primario e dirimente dei concetti fondamentali della Dichiarazione, che dovrebbero orientare ogni azione, ogni progetto?

Allora ho riletto bene la Volpato, e pare ambigua anche lei. Anche lei, quando cita le posizioni di Milanovic, sta nell’area grigia, che non è citazione di Levi ma di Milanovic stesso[42]. Infatti, la Volpato, che forse avverte la pesante stonatura nell’auspicio di Milanovic di ratificare de jure la clandestinità del trattamento differenziato, cerca di aggiustarne quantomeno lo sfondo ideologico, giustificandolo in qualche modo: «sistemi di tassazione più elevati, ma di spiccata impronta progressista»[43]; non dice esattamente a cosa si stia riferendo in particolare (forse, spero, sto sbagliando io nell’attribuire questo passo all’argomento dei migranti), ma la cogenza è forte, e in ogni caso nessuna critica è rilevata. Anche Bauman, in Retrotopia, citava Milanovic, ma in modo indiretto e per suffragare osservazioni di dominio ormai comune; ed anche Piketty, due volte, in nota e con qualche riserva.

Per il pragmatico Milanovic, dunque, la sua soluzione a favore della disuguaglianza economica a scapito dei migranti, ratificante l’area grigia, è da considerarsi «preferibile» alle condizioni offerte dal loro paese d’origine: sarebbe cioè il male minore. Milanovic citava, nell’intervista di cui sopra, il visionario Gramsci (che anche la Volpato cita) perché aveva preconizzato, in un passo dei Quaderni, quello che lui ora vede da vicino: un pericoloso slittamento verso la plutocrazia. Ma non leggeva appena qualche riga prima di quel passo, dove Gramsci definiva il «male minore» come un «processo di adattamento a un movimento regressivo, di cui la forza efficiente conduce lo svolgimento, mentre la forza antitetica è decisa a capitolare progressivamente, a piccole tappe, e non d’un sol colpo, ciò che gioverebbe, per l’effetto psicologico condensato, a far nascere una forza concorrente attiva, o a rinforzarla se già esistesse»[44].  Ecco, anche Gramsci è stato oggetto di una lettura economica…

Rottura del sistema auto-rinforzato: Claudio Magris

Ma questo loop non finirà tristemente. Avevo anticipato, in qualche modo, una certa fiducia.

La buona notizia arriva, paradossalmente, da una disciplina che è forse tra le più «chiuse e autosufficienti»[45], proprio per l’esiguità delle relazioni che innesta col mondo circostante: dalla letteratura; la quale, contrariamente a quanto avveniva in passato, oggi non incarna più un «ruolo vitale» e non è più interprete di «pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo»[46].

È allora Claudio Magris ad intervenire dalle pagine del «Corriere della Sera» con un illuminante articolo dal titolo I falsi amici della democrazia[47]. Magris, è palese, non ha digerito la soluzione discriminatoria di Milanovic forse perché, con Todorov, sa che non reagire virilmente quando importanti cambiamenti si insinuano silenziosi, significa poi trovarsi di fronte all’estremo[48].

Ci vogliono poche parole per affermare un concetto, quando il concetto è diventato un pilastro comportamentale, un valore non negoziabile, quando lo si vive, lo si scrive, lo si cerca, lo si discute instancabilmente nelle diverse scatole che compongono il vivere:

«Talvolta si ha l’impressione di un rivolgimento che, nei tempi rapidi con i quali oggi accadono gli eventi, sta cancellando quella civiltà, europea e universale, che consideravamo acquisita per sempre nei suoi principi fondanti – l’uguaglianza davanti alla legge, gli universali diritti dell’individuo – e che per noi si identifica con l’umanità stessa. Ad esempio Branko Milanovic […] che pure ha denunciato le diseguaglianze […] propone per l’accoglienza dei migranti (accoglienza che egli auspica) di introdurre un livello di cittadinanza differenziato e intermediario».

«Il fatto che queste aberranti idee che distruggono i fondamenti della nostra civiltà e del nostro sentimento di libertà e uguaglianza vengano seriamente discusse come proposte da valutare indica il pericolo di una regressione che sbigottisce»[49]

Aberranti idee. Ma quasi accolte all’unanimità. Velate dalla rilevanza scientifica dei lavori dell’autore, soprattutto dalla necessità dei dati da lui elaborati. Estote parati, si diceva nel Libro musicato da Bach. Magris si era definito inadatto alla politica, quando s’era lasciato tentare nei suoi vitali sconfinamenti. Inadatto forse perché lui la politica la intendeva nel suo vero senso, quello aristotelico. Ma quanto avrebbe fatto bene Magris alla politica, chiusa nella scatola dei propri interessi prigionieri nella scatola dell’economia?

La chiave che apre la porta non è la toppa e non è la porta. Chi sta nella propria stanza non sente l’odore di chiuso. L’uomo stesso è materia che viene dall’altrove, dalle stelle, come anche Shakespeare. Per scrivere della vita bisogna abbandonare la vita. Per correggere la direzione dell’economia sono necessari i letterati: questo proprio non ce lo si l’aspettava, proprio per questo ci si può aprire, cautamente, all’ottimismo…

Disuguaglianza: eterna lotta ai tempi del Coronavirus

Il centro della questione è sempre, ovviamente, il conflitto tra il mantenimento (e il rafforzamento) della propria condizione agiata, da parte di chi vive in una condizione abbiente, e la ricerca del miglioramento della propria condizione, da parte di chi è meno fortunato. La storia di Homo Sapiens, si può dire, è tutta qui. Né la rivoluzione tecnologica né quella etica sono state capaci, fino ad ora, di scalfire questa eterna lotta.

Come si potrà notare, però, il nucleo di questo conflitto non è incentrato sulla nazionalità e sui confini. È un problema connaturato alla natura umana. A quella natura di livello 1 che confligge con le istanze più raffinate del suo sviluppo di livello 2. I confini nazionali, che altro non sono se non una forma dell’archetipico conflitto usato strumentalmente dalla politica, non c’entrano niente. Martin Gilens, per esempio, da anni si occupa del fenomeno democratico americano, e da anni dimostra con dati e fatti quanto il sistema di governo che la vulgata dà come il più evoluto e democratico al mondo sia in realtà illusorio e minato alla base dagli interessi di una minoranza più ricca e potente che influenza, tramite i mezzi (ricchezza) conferitigli dall’economia, l’azione politica[50]. Martin Gilens spiega esplicitamente – in un ragionamento che ha palesi rifrangenze di esemplarità universali – come l’eterna lotta sia perpetrata con uguale raffinata efferatezza legale (cioè tramite l’azione legislativa) dai più forti non verso uno straniero che vorrebbe varcare il confine nazionale, ma verso i compatrioti meno abbienti, nei medesimi confini nazionali[51]. Da ultimo è da notare che Gilens, nel suo ultimo libro, Democracy in America[52], del 2017, non cita mai Milanovich (Ingiustizia globale è del 2016); mentre Milanovich cita Gilens, nei suoi lavori precedenti: questo, a mio parere, significa qualcosa.

Ecco, la pandemia mondiale del coronavirus ha evidenziato da una parte il presupposto naturale di uguaglianza tra gli esseri umani, non suscettibile a sperequazioni di ricchezza, dall’altra la necessità di varcare i confini statali per condividere la conoscenza atta per lo meno, in una prima fase, alla primaria attività umana: sopravvivere. In una sola mossa, un parassita nano-metro, ha sbaragliato l’illusorio ecosistema cosiddetto democratico (e non democratico) in cui la popolazione mondiale si era assestata, spingendo i popoli a collaborare. Ma è, ovviamente, una lezione dura da apprendere. È solo su base economica che avviene la collaborazione, anche se apparentemente patinata di quei valori che dovrebbero esser primari nell’umanità.

I comportamenti delle singole nazioni nei propri perimetri nazionali ci fanno capire, ma ormai non c’è più niente da capire, come l’eterna lotta non abbia limiti

Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America descritti da Martin Gilens, prima, come al solito, nicchia, svaluta, sottovaluta, poi si sveglia (le cronache dicono sempre che lo svegliano) ed offre diversi milioni di dollari alla Germania, cercando di negoziare un vaccino da somministrare in esclusiva ai suoi connazionali[53]. Siccome parliamo ad emergenza ancora in corso, sarà importante osservare come l’America possa rispondere a questa crisi umanitaria col suo altamente sperequato sistema sanitario a base non pubblica ma privata, come potranno curarsi coloro che non hanno un’assicurazione medica perché non possono permettersela o non hanno un lavoro… 

Boris Johnson, premier inglese, avverte i suoi connazionali di prepararsi ai funerali[54], poiché la politica di gestione emergenziale inglese sarà – in modo per così dire conforme al luogo comune che vuole gli inglesi impassibili di fronte alla morte – l’astensione dal combattere il fenomeno-virus; sarebbe a dire, in altri termini, l’adesione alla teoria evoluzionistico-darwiniana mirata alla sopravvivenza del più forte. Astensione, quindi: tendente sì alla probabile decimazione, ma tesa alla costituzione della cosiddetta immunità di gregge (che senza un vaccino non ha fondamento scientifico e non garantisce altro se non l’aspettativa di una disperata, vera, inesorabile decimazione). Posizione virile che il premier inglese non ha esitato a capovolgere (lock down[55]) dopo esser stato consigliato da consulenti scientifici e soprattutto ammonito dal suo entourage di esperti di comunicazione che, non appena le vittime fossero iniziate a cadere – considerando anche che la popolazione non si mostrava così impavida come gli speech del suo premier e iniziava a fare scorta di carta igienica[56] piuttosto che di beni generi alimentari – la leadership sarebbe certamente tracollata.

Non ci soffermeremo sulle posizioni intermedie di Francia e Germania, e nemmeno sul risoluto modello cinese, giacché conosciamo su quali presupposti politici si fondi questa risolutezza.

Vogliamo però, in ultimo, spendere due parole sulla posizione Italiana. La linea italiana di gestione generale del capo del governo Conte è stata chiara e sintetizzabile in due punti. Primo: dire tutto chiaramente, dare tutti i dati senza alcun filtro, preferire non la ‘comunicazione’ ma la verità. Il che postula un’alta considerazione del livello di comprensione della popolazione, e fa perno proprio sulle individualità per comprendere la situazione senza subirla, e condividere le responsabilità, palesando le decisioni che, sulla base delle evidenze scientifiche, bisogna prendere di volta in volta. Secondo: decidere di salvare tutti, di fare tutto il possibile per salvare tutti, senza alcuna distinzione di età, sesso, ceto, provenienza geografica. Decidere di considerare in primo luogo il fattore umano rispetto a quello economico: decidere di ribaltare lo standard…

La sospensione repentina di tutti i conflitti verso l’esterno, e la subordinazione del regime economico al regime umanistico, nel caso italiano, mostrano come la rivoluzione etica sia un’acquisizione già a regime, nel nostro mondo, anche se è necessario esserci trascinati a forza, come diceva Todorov, dall’estremo: attraverso situazioni limite e migliaia di vittime.

E, pur nel mezzo di questa infinita tragedia, non si può non considerare che la reazione umana potrebbe essere diversa, anche dopo l’estremo. Lo diciamo con disperato realismo. Tanto che alle parole apparentemente morte di Magris, rilette un anno dopo in condizioni mutate:

«Talvolta si ha l’impressione di un rivolgimento che, nei tempi rapidi con i quali oggi accadono gli eventi, sta cancellando quella civiltà, europea e universale, che consideravamo acquisita per sempre nei suoi principi fondanti – l’uguaglianza davanti alla legge, gli universali diritti dell’individuo – e che per noi si identifica con l’umanità stessa.

si potrebbe anche rispondere che no, che non sempre e non dappertutto il rivolgimento dei tempi sta cancellando quella civiltà universale. Ma la situazione disastrosa del momento, e l’immagine tangibile di quel che sarà la ressa restauratrice al finir dell’emergenza, mettono realismo e cautela.


NOTE

[1] Yves Coppens, Ominoidi, ominidi e uomini [1988], Milano, Jaca Book, 1996, pp. 87-105.

[2] Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza [1976], Milano, Adelphi, 2018, pp. 44, 78, 83-91.

[3] Caspar Henderson, Il libro degli esseri a malapena immaginabili [2012], Milano, Adelphi, 2018, p. 23. 

[4] David George Haskell, Il canto degli alberi [2017], Torino, Einaudi, 2018, p. VII.

[5] Lamberto Maffei, La libertà di essere diversi, Bologna, il Mulino, 2011, p. 44.

[6] cfr. A. Boselli, Alla scoperta delle Galassie, Milano, Spinger, 2007, pp. 213-15; J. e M. Gribbin, Oltre la via lattea. Gli scienziati che hanno misurato l’universo, Bari, Dedalo, 2007, p. 57

[7] Karl Popper, I tre mondi. Corpi, opinioni, oggetti del pensiero [1979, 2008], Bologna, il Mulino, 2012. Id., Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza [1969, 1994], Bologna, il Mulino, 2000, pp. 115-21.

[8] Carmelo Bene, Autobiografia di un ritratto, in Opere [1995], Milano, Bompiani, 2002, p. XI.

[9] Ivi, p. XXXVII.

[10] Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale [1922], Roma-Bari, Laterza, 2017, pp. 17-20. 

[11] Noam Chomsky, Il mistero del linguaggio, Milano, Cortina, 2018, p. 48.

[12] Su un confronto tra le due teorie, si veda: Naoki Araki, Saussure and Chomsky. Language and I-language, in «Bulletin of the Hiroshima Institute of Technology: Research» Vol. 49 (2015), pp. 1-11.

[13] Tommaso Landolfi, Rien va [1963], in Opere II 1960-1971, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 257-8.

[14] Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione [1818], Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 28 (par. 2).

[15] Jacques Monod, Il caso e la necessità [1970], Milano, Mondadori, 2013.

[16] Steven Sloman, Philip Fernbach, The knowledge illusion, New York, Riverhead Books, 2017, p. 259 (traduzione nostra).

[17] Jean Jacques Rousseau, Confessioni [1782-89], Milano, Garzanti, 1988, p. 462. 

[18] Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci [2011], Milano, Mondadori, 2012, pp. 39-42.

[19] John T. Jost, Mahzarin R. Banaji, Brian A. Nosek, Sostegno conscio e inconscio dello status quo: un decennio di teoria della giustificazione del sistema, in AA.VV., Prospettive psicologiche sociali sul potere, a cura di Antonio Pierri, Milano, Franco Angeli, 2006, p. 249. 

[20] Robert H. Lustig, MD, MSL, The hacking of the American mind. Science behind the Corporate takeover of our bodies and brains, New York, Penguin, 2017.

[21] Evoluzione. La storia completa [2015], a cura di Steve Parker, Bologna, Atlante, 2016.

[22] Stanislas Dehaene, Coscienza e cervello [2014], Milano, Cortina, 2014, p. 176.

[23] Giorgio Manzi, L’evoluzione umana, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 31 e ss.

[24] Una buona panoramica è data da Joseph Heath, Three evolutionary precursors to morality, in «Canadian Philosophical Review/Revue Canadienne de Philosophie», vol. 48, (December 2009), Issue 4, pp. 717-752.

[25] Il dibattito sull’evoluzione biologica dei sentimenti morali è questione aperta, da Darwin (Charles Darwin, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale [1871], Roma, Newton Compton, 2006, p. 90 e ss.) ai giorni nostri, sia in campo scientifico (Dick Swaab, Noi siamo il nostro cervello. Come pensiamo, soffriamo e amiamo [2010], Roma, Lit, 2015, p. 229 e ss.) sia in campo filosofico (Patricia S. Churchland, L’io come cervello [2013], Milano, Cortina, 2014, p. 83 e ss.).

[26] «… sebbene il nostro modo di vivere, le nostre istituzioni e la nostra conoscenza abbiano subìto profondi cambiamenti, i nostri istinti, per il bene come per il male, rimangono in grandissima parte quelli che erano quando, per la prima volta, il cervello dei nostri antenati raggiunse le sue proporzioni attuali […] Nell’interesse della stabilità sociale […] bisogna che il selvaggio che si nasconde in ognuno di noi trovi qualche sfogo non incompatibile con la vita civile e con la felicità del suo prossimo, egualmente selvaggio» (Bertrand Russel, Autorità e individuo [1949], Milano, TEA, 2010, pp. 21-3).

[27] Eric Berne, Ciao! … E poi? [1992], Milano, Bompiani, 2010, p. 100 e ss.

[28] Joseph E. Stigliz, La globalizzazione che funziona [2006], Torino, Einaudi, 2006, p. 4.

[29] Pierre Dardot, Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista [2009], Roma, DeriveApprodi, 2013, p. 372 e ss.

[30] Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità [2013], Torino, Einaudi, 2015, pp. 23 e ss.

[31] Paul Hawken, The ecology of commerce. A declaration of sustainability, New York, HarperCollins, 2010.

[32] Joel Bakan, The Corporation. La patologica ricerca del profitto e del potere [2004], Roma, Fandango, 2004.

[33] Branko Milanovic, Worlds Apart. Measuring International and Global Inequality, Princeton, Princeton University Press, 2005 (tr. it., Id., Mondi divisi. Analisi della disuguaglianza globale, Milano, Mondadori, 2007); Id., Haves and Have NotsA brief and idiosyncratic history of global inequality, New York, Basic Book, 2011 (tr. it., Id., Chi ha e chi non ha. Storie di disuguaglianza, Bologna, il Mulino, 2014).

[34] Nicola Melloni, Disuguaglianza e democrazia. Intervista a Branko Milanovic, «MicroMega», 13 febbraio 2016. L’intervista è presente in rete e consultabile alla seguente pagina web:

 http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/02/13/diseguaglianza-e-democrazia-intervista-a-branko-milanovic/.

[35] Milanovic, attualmente Visiting Professor alla Graduate Center City University di New York è stato Lead Economist al Dipartimento di Ricerca della World Bank.

[36] Branko Milanovic, Global Inequality. A new approach for the Age of Globalization, Harvard, Harvard University Press, 2016 (trad. it. Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, Pola, LUISS University Press, 2017). 

[37] Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Roma-Bari, Laterza, 2019.

[38] Ivi, p. 8.

[39] Branko Milanovic, Ingiustizia…, cit., p. 143.

[40] Ibidem.

[41] Ivi, p. 144-5.

[42] Ivi, p. 139.

[43] Chiara Volpato, Le radici…, cit. p. 195.

[44] Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, vol. II, Quaderno 9 (XIV), (del 1932), par. 7, Torino, Einaudi, 2014, p. 1100.

[45] Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo [2007], Milano, Garzanti, 2015, p. 31.

[46] Ivi, p. 66. Su questo tema cfr. Cesare Grisi, Il romanzo autobiografico. Un genere letterario tra opera e autore, Roma, Carocci, 2011, p. 10-11.

[47] Claudio Magris, I falci amici della democrazia, in «Corriere della Sera», 10 marzo 2019, pp. 34-35. L’articolo si può leggere nella pagina web del «Corriere della Sera»: https://www.corriere.it/19_marzo_09/claudio-magris-falsi-amici-della-democrazia-99695152-428b-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml.

[48] Tzvetan Todorov, Di fronte all’estremo [1992], Milano, Garzanti, 2011, p. 227.

[49] Claudio Magris, I falsi…, cit., p. 35.

[50] Martin Gilens, Benjamin I. Page, Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Group, and Average Citizens, in «Perspectives on Politics», September 2014, Vol. 12/No. 3, pp. 564-581.

DOI: https://doi.org/10.1017/ S1537592714001595

[51] Martin Gilens, Affluence and Influence, Princeton, Princeton University Press, 2012.

[52] Martin Gilens, Democracy in America, Chicago, University of Chicago Press, 2017.

[53] «New York Times», 15 Marzo 2020: https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/cornonavirus-vaccine-us-germany.html

[54] «The Times», 14 Marzo 2020: https://www.thetimes.co.uk/article/10-000-already-infected-with-coronavirus-ministers-believe-2h578fkf9.

[55] «The Guardian», 23 Marzo 2020: https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/boris-johnson-orders-uk-lockdown-to-be-enforced-by-police

[56]«The Guardian, 16 Marzo 2020:  https://www.theguardian.com/world/2020/mar/16/uks-sewage-system-in-danger-of-gridlock-from-toilet-paper-substitutes-coronavirus.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il presente sospeso dell’UOMO SINCRONICO: globalizzazione e crisi identitaria

Chi è l’uomo sincronico? Perché si chiama sincronico? Perché è nominato superuomo mentre diviene marionetta etero-diretta? Chi è davvero l’uomo contemporaneo?

La bellissima e inquietante immagine intitolata “Glass” di Fabio Zonta anticipa con una stimolazione emozionale già macchiata di intuizioni cognitive il ragionamento che il saggio di Cesare Grisi cerca di sviluppare.

leggi tutto